Di il 5 Lug 2018 in Punti di vista, Blog | nessun commento

Quando tutti i “Baby boomer” saranno andati in pensione…

Non molto tempo fa qualcuno ha commentato un mio post scrivendo che la generazione dei Baby boomer – ovvero delle persone nate negli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale – è destinata ad andare in pensione nel giro di pochi anni e che, dal momento che queste persone costituiscono una percentuale piuttosto importante della nostra forza lavoro, è molto probabile che la situazione nelle officine produttive italiane possa cambiare, trasformando di fatto l’Italia da grande produttore a importatore.

Cosa ne pensate? Siete d’accordo?

Almeno due sono, a parer mio, le considerazioni che andrebbero fatte a questo proposito.
La PRIMA è che, secondo me, si tratta di una trasformazione (quella che vede l’Italia passare dall’essere un produttore a un importatore) in atto già da 25/30 anni. Pensate per esempio alle zone industriali del nostro paese. Se ci soffermiamo a guardare quella intorno a Milano, per esempio, notiamo che ci sono pochissime aziende che producono, mentre tutte le altre appartengono al terziario. Questo significa che il processo di trasformazione da una Italia che produce a una Italia che importa è iniziato molto tempo fa, come conseguenza al fatto che i costi della manodopera in Europa sono alti e che, pertanto, la produzione viene delocalizzata, per poi riportare la merce in Italia per venderla.

Costa meno importare e rivendere che non produrre e vendere. Questo è diventato ormai un dato di fatto. Se non se ne tiene conto, si rischia di non essere più competitivi.

Ora, dal momento che stravolgere completamente il proprio metodo produttivo richiede un grandissimo impegno in termini economici e di risorse impiegate, è necessario – prima di prendere questa strada – valutare molto molto bene se davvero ne vale la pena.

In altre parole: è più facile chiudere un’azienda produttiva e cambiare il proprio modello di business che non rinnovare completamente i propri processi interni e le proprie tecnologie per riuscire a produrre in modo più competitivo.

Poi, come tante volte accade, non si può generalizzare. È necessario infatti tenere conto di cosa si sta producendo.
Prendiamo il caso di MICROingranaggi, per esempio. Noi operiamo in una nicchia di mercato e i competitor con cui ci dobbiamo confrontare non sono poi così tanti. Diciamo che tendenzialmente sono i settori tecnologicamente più avanzati che hanno la necessità di attingere a prodotti di altissima qualità. Una qualità che difficilmente oggi come oggi è possibile trovare nei paesi emergenti.

La SECONDA considerazione che mi sono trovato a fare riflettendo su un fisiologico cambio generazionale nelle officine produttive italiane è questa. È vero che

il livello di scolarizzazione delle nuove leve si è alzato tantissimo, ma è anche vero che se queste figure professionali iper-preparate non trovano occupazione nell’ambito di studio, se vogliono lavorare devono necessariamente scendere a patti con la realtà e mettersi a fare altro.

Vi pare una ipotesi troppo estrema?