Di il 2 Apr 2020 in Punti di vista, Blog | nessun commento

Il nostro Governo sta seguendo una strategia precisa o naviga a vista?

Se c’è una cosa che mi fa imbestialire non poco è dover partecipare a una riunione di lavoro (interna, con un cliente o con un fornitore che sia) senza sapere chi vi parteciperà e quale sarà l’ordine del giorno, lasciando – così facendo – grande spazio all’improvvisazione da parte di tutti.
Per carità, non fraintendetemi. Saper improvvisare è molto importante, ma quando lo si può evitare in ambito lavorativo è meglio per una questione di organizzazione e ottimizzazione di tempi e risorse.

Bene, se un discorso come questo vale per una semplice riunione lavorativa, ancor di più varrà per l’organizzazione produttiva di un’impresa, che dovrebbe – a parer mio – giocare d’anticipo di mesi e mesi. Pur sempre, questo è chiaro, mettendo in bilancio la variabile imponderabile.

Parto da questa considerazione perché

inizio a nutrire qualche serio dubbio in merito al fatto che il nostro Governo stia prendendo decisioni legate all’economia del paese seguendo una strategia ben precisa. La mia impressione è piuttosto che lo faccia “vivendo alla giornata” e vedendo come va.

Ora esagero (volutamente esagero), ma sembra quasi che alcune importanti decisioni (a partire da quali aziende debbano momentaneamente chiudere e per quanto tempo) vengano prese dalla sera alla mattina sulla base degli ultimi dati relativi a decessi e contagi.
Con questo non voglio dire che prendere questo genere di decisioni sulla base dei dati relativi a decessi e contagi sia sbagliato. Anzi! È fondamentale, assolutamente fondamentale.

Dico però che il Governo dovrebbe essere più chiaro e trasparente in merito alla strategia che sta seguendo. Indicando e spiegando in maniera più chiara sulla base di quali dati prende certe decisioni e, soprattutto, con quali obiettivi (temporali e in numero dei contagi).

Altrimenti viene davvero difficile credere che una strategia a breve, medio o lungo termine effettivamente ci sia.

Tengo molto a precisare questo punto, perché sono davvero preoccupato. Per la salute di tutti, questo è indubbio. Ma anche per la situazione economica di tutti noi: gli ordini sono in calo, moltissimi progetti sospesi e la gran parte degli investimenti bloccati. Credo sia chiaro a tutti ormai che

le conseguenze economiche di un lockdown quasi totale saranno disastrose.

Proprio ieri Confindustria ha ipotizzato per il 2020 un calo del Pil del 6%, ma solo se la crisi sanitaria si arresterà entro maggio. “Ogni settimana in più di blocco normativo delle attività produttive, secondo i parametri attuali – hanno spiegato – potrebbe costare una percentuale ulteriore di Prodotto Interno Lordo dell’ordine di almeno lo 0,75%”.

Una catastrofe, in altre parole.

La salute viene prima di tutto e io, come ho già scritto, non voglio certo anteporre il bene economico alla salute delle persone. Lungi da me. Dico però che per moltissimi aspetti la salute delle persone è strettamente legata al bene economico e che quindi è fondamentale per tutti noi quantomeno capire concretamente a cosa stiamo andando incontro, conoscere e comprendere quali sono i piani del Governo e quali gli obiettivi.

Poi, chiaro,

la sfera di cristallo non ce l’ha nessuno, ma tecnologia, big data e matematica oggi permettono di fare previsioni più che ragionevoli.

Conosciamo meglio il virus e l’andamento dei contagi (incluso quello degli ultimi 10 giorni di lockdown quasi totale). Conosciamo il numero dei guariti, il numero dei decessi per mancanza di posti in terapia intensiva e il numero dei posti che le strutture sono state in grado di creare. E via dicendo.
Mi pare che gli elementi per fare un’analisi più precisa ci siano. Analisi che permetterebbe di prevedere più chiaramente per quanto tempo sarebbe necessario mantenere questa situazione di lockdown quasi totale.

Iniziare a chiudere quasi tutto per 15 giorni e poi vedere come va, valutando eventualmente di chiudere ancora per un po’ è una strategia che secondo me non può funzionare da un punto di vista economico. Forse da un punto di vista legato alla salute sì,

ma chi ha detto che una cosa deve necessariamente escludere l’altra?


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